MEHR LICHT! / UNDERWOOD

Riccardo Giacconi | UNDERWOOD

Alexander Cozens, Rocky Bay Scene, Oil paint on paper, c. 1759-1765, 160 x 187 mm Photo © Tate. CC-BY-NC-ND 3.0 (Unported)

Alexander Cozens, Rocky Bay Scene, Oil paint on paper, c. 1759-1765, 160 x 187 mm
Photo © Tate. CC-BY-NC-ND 3.0 (Unported)

Perché questa newsletter si intitola UNDERWOOD?

Le prime macchine da scrivere Underwood furono prodotte tra il 1896 e il 1900; l’inventore era il franco-tedesco Franz Xaver Wagner ma subito la newyorkese famiglia Underwood, nella persona dell’imprenditore John Thomas Underwood, acquisì l’azienda. I quartieri generali della Underwood si stabilirono quindi ad Hartford, in Connecticut. Il marchio fu infine acquisito da Olivetti  tra il 1959 e il 1963, divenendo noto come Olivetti-Underwood, con base a New York.
Charles Bukowski, Jack Kerouac, Raymond Chandler, John Cheever, John Fante, William Faulkner, Ernest Hemingway, Alfred Hitchcock, Clarice Lispector, Carson McCullers, Henry Miller, Georges Perec, Luigi Pirandello, Orson Welles, Virginia Woolf, tutti costoro scrivevano con una Underwood.

In una intervista a Daniele Del Giudice pubblicata su Doppiozero il 02 ottobre 2021 [www.doppiozero.com/materiali/daniele-del-giudice-sono-uno-scrittore-senza-target, già pubblicata nel 2007 sulla rivista “Segnal’etica”] e intitolata Daniele Del Giudice: Sono uno scrittore senza target, l’artista visivo e documentarista Riccardo Giacconi indaga il rapporto tra lo scrittore e la sua macchina da scrivere Underwood.

RG: Nell’ultimo Festival della letteratura di Mantova ha incontrato lo scrittore Enrique Vila-Matas, con il quale si è confrontato sul tema “il mestiere di scrivere”. Cos’è il “mestiere di scrivere”?

DDG: Il mestiere di scrivere per me non è un mestiere; sostanzialmente io non ho mai preso la scrittura come un mestiere. Anche se poi, in realtà, i miei redditi vengono da quello. Non lo penso come un mestiere non perché ci sia – per l’amor di Dio – un’ispirazione o qualcos’altro di astratto, solo che per me scrivere è un modo di vivere prima ancora che un lavoro. È una passione: il leggere prima ancora dello scrivere. Io ho letto molto fin da quando ero bambino. Quando avevo undici anni, mi sono fatto un mio mondo, che non immaginavo certo di usare come lavoro. Era un mondo parallelo, di immagini e di racconti. Prima di morire, mio padre mi fece due regali: uno era una macchina da scrivere, una enorme Underwood americana con la tastiera italiana; l’altro era una Bianchi 28, una bicicletta. Invece di andare a scuola, andavo con la bicicletta sulla statale Appia, e giravo i colli attorno a Roma. Tornavo a casa, e di pomeriggio mi mettevo la custodia della Underwood sotto il culo, e scrivevo con due dita (come faccio tuttora). Non pensavo fosse una scrittura, per me era la macchina da scrivere che faceva le storie. Quando vedi un foglio stampato a macchina, già senti che c’è qualcosa.
RG: Quindi ha sempre scritto dattilografando?

DDG: Sì. Cioè, ho ovviamente dei taccuini, però abitualmente scrivo a macchina. Non riesco a scrivere a mano, ho dei miei amici che lo fanno, ma io ho proprio bisogno del meccanismo, della meccanica. Infatti ho sofferto molto il passaggio al computer, perché la macchina da scrivere ha un suono stupendo, è un meccanismo.

Prima di morire, il padre di Del Giudice regalò allo scrittore ancora bambino due meccanismi, uno da attivare con le mani, l’altro con i piedi. La bicicletta e la Underwood segnarono il destino dello scrittore e il suo tête-à-tête con le parole o, forse è più giusto dire, con i termini. Per questo, un po’ insidiosamente, vi mandiamo questo episodio nel giorno che precede la vigilia di Natale: ogni dono è un messaggio.

Durante gli anni da Professore all’Università IUAV di Venezia, Daniele Del Giudice fece dono del suo insegnamento a centinaia di studenti. Tra questi si trovava anche il suo intervistatore Riccardo Giacconi: “Daniele Del Giudice (1949-2021) è stato il mio relatore di tesi. Nel 2006-2007 ho seguito il suo corso di Letteratura Italiana allo IUAV di Venezia, dedicato a Primo Levi, Italo Calvino e Pier Paolo Pasolini. Ricordo che una volta decise di proiettare in aula Il Vangelo secondo Matteo. Il film proseguì oltre l’orario della lezione. Giorgio Agamben, il cui seminario sarebbe dovuto iniziare nella stessa aula, si affacciò alla porta, proprio dopo che l’avevamo visto sullo schermo nei panni dell’apostolo Filippo”.

Cinque anni più tardi fu sua allieva Sofia Silva, una delle curatrici di UNDERWOOD; era l’ultimo anno d’insegnamento di Del Giudice, prima che la malattia prendesse il sopravvento, e il programma non era cambiato. Il messaggio del Professore ai suoi studenti iniziava da I sommersi e i salvati di Primo Levi e chiudeva con Il Vangelo secondo Matteo di Pasolini.


Riccardo Giacconi è un artista visivo e documentarista. La sua ultima mostra personale, Options, ha aperto da poco al Kunstpavillon di Innsbruck. Collabora con la trasmissione Tre Soldi (Rai Radio 3), ha co-fondato il festival Helicotrema e lo studio di narrazione sonora Botafuego.


UNDERWOOD. La macchina da scrivere di Daniele Del Giudice: il suono delle lettere o del perdersi nelle nuvole, è un’antologia digitale in formato newsletter di testimonianze, riflessioni, affetti e tracce visive intorno alla memoria di Daniele Del Giudice (Roma, 11 luglio 1949 – Venezia, 2 settembre 2021) e a tutto ciò che per lo scrittore fa mania. Nei suoi singoli episodi il programma accompagna la mostra -“Mehr Licht!”- proponendo immagini, materiale d’archivio, citazioni e in alcuni casi testi inediti di scrittori, critici, giornalisti e artisti.

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