ESPORRE IL CINEMA: CHANTAL AKERMAN

Adam Roberts – per la 15ª EDIZIONE DEL “PREMIO MARCO MELANI”

Chantal Akerman, the 9th screening of the A Nos Amours retrospective, London. The screening on this occasion was of “L’Homme à la valise” and “Un jour Pina a demandé”.

Grazie a Rita ed Enrico per avermi chiesto di unirmi a questa celebrazione della vita e dell’opera di Chantal Akerman. E’ un piacere e un privilegio raggiungere un gruppo di vecchi amici e conoscenze, la famiglia estesa. Saluti a te Sylviane.

Sono stato fortunato ad incontrare Akerman, o Chantal, come noi tendiamo a chiamarla, durante l’organizzazione di una retrospettiva a Londra e più in generale in Gran Bretagna, tra il 2013 e il 2015, la quale, grazie alla sua collaborazione, rimane la sola retrospettiva completa, da quel che ne so, di tutti i  suoi film e opere per lo schermo. Per meglio inquadrare la situazione, la mia curatela era in collaborazione con la direttrice Joanna Hoggs, e la nostra organizzazione si chiama “A Nous Amours”.

Chantal ci ha raggiunto diverse volte per presentare e partecipare, una grande fortuna per tutti noi come per il nostro staff e per la nostra audience.

Lo sviluppo completo del progetto ha incluso anche un’ambiziosa mostra delle sue installazioni negli ampi spazi di Ambika P3 Gallery. Quest’ultima insieme a due installazioni esposte nel 2008 al Camden Arts Centre, ha significato che molti dei lavori di Chantal, sia per un auditorio che per uno spazio espositivo, sono stati visti a Londra. E’ stata una grande fortuna!

Ma è stato altrettanto triste che la nostra mostra, alla fine di una lunga retrospettiva durata due anni, abbia coinciso con la fine della vita di Chantal.

Nonostante la nostra conoscenza non sia stata di lunga durata, è stata per me profonda e importante. Il suo lavoro  era così radicale, così sperimentale e sempre umano. Rigoroso e serio, era intriso allo stesso tempo di vita e profonda compassione. Per me, sia come regista che curatore, è stato un faro. L’improvvisa perdita di un’artista così brillante, proprio mentre la stavo conoscendo, mi ha profondamente scioccato.

Se  mi  è consentito, mi piacerebbe citare un breve passaggio dal mio libro  “Lamentation. In the Stuart Croft Archive”.  E’ un libro che ha cercato di comprendere l’urgenza di creare archivi, di ricordare, che tuttavia deve essere bilanciata con la necessità di dimenticare. Si interroga su ciò che resta quando un artista muore e tenta di venire a patti con il concetto di perdita in generale. E’ il mio più grande gesto di commiato a Chantal.

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Mi chiedo se, per poter affrontare il lavoro del lutto, in pratica per arrivare ad accettare la perdita di una persona amata, per alleviare il dolore acuto, della separazione da una persona significativa, di coloro la cui vita conta profondamente, bisogna sempre arrivare a dimenticare quella persona, aspettare la cancellazione di memorie vivide e acute, in modo che ci possa essere un appannamento della chiarezza delle immagini mentali che fanno così tanta parte dell’esperienza vissuta dell’altro? Devo pregare per il momento in cui non posso più richiamare l’altro alla mente, non sentire più quella voce, non evocare il suo timbro e le sue abitudini, non riuscire a ricordare esattamente la personalità che un tempo ci era così vicina e cara? E nel caso di Akerman, e del corpus della sua opera, che può essere rivissuto con il click di un mouse, può essere letto e discusso con gli altri? La stessa Akerman è apparsa in molti dei suoi film, non come personaggio della sceneggiatura, ma come se stessa. Chi e cosa è quella persona ora?

Il tacere di Chantal Akerman è stato doloroso,  era un faro, una presenza di riferimento per me e per molti altri. Il suo lavoro è stato così intenso e tanto diversificato, la sua intelligenza e la sua visione celebrate da registi, artisti e dal mondo accademico.

Penso a Histories d’Amérique, del 1989. Il film contiene una scena che è per me un nocciolo emblematico del suo progetto. Sopra un’inquadratura dell’orizzonte di New York di notte, Akerman parafrasa una storia chassidica che è stata raccontata, e raccontata ancora, da molti, tra cui Martin Buber e Elie Wiesel. Questa è la sua versione:

Un rabbino passava sempre per un villaggio per arrivare nella foresta, e lì, ai piedi di un albero (ed era sempre lo stesso) si metteva a pregare e Dio lo ascoltava. Anche suo figlio passava sempre per il villaggio ma non riusciva a ricordare dove fosse l’albero, quindi pregava ai piedi di qualsiasi albero vecchio e Dio lo ascoltava. Suo nipote non sapeva dove fosse l’albero, né la foresta, ma andò a pregare nel villaggio e Dio lo ascoltò. Il suo pronipote non sapeva dove fosse l’albero, né la foresta, nemmeno il villaggio, ma conosceva ancora le parole della preghiera, e così pregava in casa sua e Dio lo ascoltava. Il suo pronipote non sapeva dove fossero l’albero, né la foresta, né il villaggio, e nemmeno le parole della preghiera, ma conosceva ancora la storia e la raccontava ai suoi figli; e Dio l’ha ascoltato.

È una storia meravigliosa, che parla con leggerezza della perdita del linguaggio, della cancellazione del conforto, del senso e del significato. È, ovviamente, una storia che inevitabilmente riporta alla mente la Shoah e la diaspora ebraica in generale. Questo senso di inesorabile perdita di cultura, storia e identità viene espresso con leggerezza e con giocosa malizia. È, tuttavia, una storia disperata, per quanto agilmente raccontata. La storia rivela come la cultura possa essere rimossa, e così tutto potrebbe andare perso.

Passando a News from Home, il suo film del 1977: per la colonna sonora Akerman legge le lettere di sua madre, lettere piene di frammenti di notizie da casa. La voce di Akerman fatica a farsi sentire nel frastuono della città. Quando la telecamera allarga la visuale, per comprendere il contesto di questa vita della città, la sua voce si affievolisce. Silenzi distanti, perché la città, intesa come un insieme, è un luogo senza parole. Voci individuali e individuale silenzio vengono annientati: la città è grande, rifiuta di essere inglobata, un vortice collettivo di scopo e intenzione, che impedisce la comunicazione tra una figlia e una madre.

L’ultima ripresa di quel film, girata dallo Staten Island Ferry mentre avanza sull’ampio fiume, guardando indietro verso Manhattan presenta una vista sempre più ampia, rivelando le dimensioni della città, portando a casa una consapevolezza di separazione e insignificanza. Le grida di un gabbiano solitario [evocano] una sensazione di pathos.

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Per concludere, sono felice di essere qui oggi, riuniti insieme per ricordare Chantal e il suo lavoro, per trattenere per un po’ ricordi della sua voce e della sua opera. Ricordiamo, torniamo indietro per dare uno sguardo retrospettivo, a contatto inevitabilmente con l’assenza.

Per me le opere restano come punti di luce, una costellazione familiare e allo stesso tempo strana; sono sia presenti che assenti. Mi sono perso e mi sono ritrovato.

È importante per me, e lo immagino anche per gli altri presenti a questo incontro, sapere che c’è un corpo di lavoro che ha la capacità di rendere manifesto ciò che è assente, che porta alla consapevolezza ciò che altrimenti sarebbe trascurato, che porta il passato in un contatto inevitabile con il presente del nostro essere spettatori, che può produrre in noi un palpabile senso di responsabilità, in cui possiamo scoprire il nostro io morale.

Ora saluto Chantal e applaudo a questo premio.

Adam Roberts

Questo contributo è stato letto da Adam Roberts per la cerimonia di consegna del Premio Marco Melani alla memoria di Chantal Akerman, 11 dicembre 2021


Adam Roberts è nato a Bogotà, in Colombia. Dalla metà degli anni ’90 realizza film e video. Il suo film Mickey Finn ha vinto il Grand Prix du Jury all’Angers International Film Festival, quando Chantal Akerman era in giuria. Tra i suoi collaboratori il regista Jack Hazan, il coreografo Jonathan Burrows, i compositori Kevin Volans e Matteo Fargion e la ballerina Sylvie Guillem. Il suo lavoro è stato esposto presso BFI Southbank, Whitechapel Gallery e Hayward Gallery a Londra, La Cinématèque français a Parigi, Haus der Kunst a Monaco di Baviera, Maxi Gallery a Roma, Musée Rath a Ginevra, su BBC TV, Channel 4, France 2 e SBS Australia. Con Joanna Hogg ha fondato A Nos Amours nel 2013 per programmare proiezioni, curare mostre e conferenze. Tra il 2013 e il 2015 A Nos Amours ha curato, con la partecipazione di Akerman, un’ineguagliabile retrospettiva completa dei film di Chantal Akerman presso l’Institute of Contemporary Art di Londra, a cui seguì una mostra di gran parte delle sue installazioni all’Ambika P3 di Londra. A Nos Amours ha pubblicato il Chantal Akerman Retrospective Handbook (Londra, 2019). Con Paul Coleman ha prodotto e filmato una serie senza precedenti di interviste con i sopravvissuti a lungo termine all’HIV (l’AIDS Since the 80s Project, ora The HIV Story Trust), che dal 2019 è ospitata nei London Metropolitan Archives, con sostegno della Fondazione Wellcome. Il suo libro Lamentation. In the Stuart Croft Archive è stato pubblicato da Ma Bibliothèque nel 2020. È un saggio sulla sopravvivenza, la retrospezione, l’archivio e la perdita in un’epoca di estinzione di massa. I suoi scritti su Chantal Akerman includono: Akerman the scavenger, in MIRAJ (Moving Image Review & Art Journal) 8.1 & 2 settembre 2019, pp. 156-165, a cura di Michael Mazière e Lucy Reynolds, Intellect; Like a Musical Piece: Akerman and Musicality, in Chantal Akerman: Afterlives, ed. di Marion Schmid ed Emma Wilson, Moving Image, 9 (Cambridge: Legenda, 2019); Akerman’s Tree, in Speaking to Le Passeur (The Ferryman) 1881, William Stott di Oldham, ideato da Keira Greene, Tate London Learning 2017; An homage to Chantal Akerman, Adam Roberts e Joanna Hogg, Frieze Magazine, numero 176 gennaio/febbraio 2016; Chantal Akerman: extraordinary artist of the everyday who we will miss for ever, Adam Roberts & Joanna Hogg, Guardian 8 ottobre 2015.

Adam Roberts – for the 15° “PREMIO MARCO MELANI” Award Ceremony

Thank you Rita and Enrico for asking me to join in with this celebration of the life and work of Chantal Akerman. It is a delight and a priveledge to join a group of old friends and acquaintances, the extended family. Greetings to you Sylviane.

I was fortunate to meet Akerman, or Chantal as all of us here tend to say, in the course of organising a retrospective in London and around the UK between 2013 and 2015 – which with her help remains, as far as I know, the only complete retrospective of all of her film and video work for the screen. By way of back ground – my curation is a collaboration with the director  Joanna Hogg – we call ourselves A Nos Amours.

Chantal joined us a number of times to present and participate – a great good fortune for all of us, staff and audience alike.

The full flowering of this project also included a hugely ambitious exhibition of her installation works in the vast Ambika P3 Gallery. This, combined with two works shown in an exhibition of 2008 at the Camden Arts Centre, meant that all of Chantal’s moving image work, for auditorium and for gallery, has been shown in London. Such great good fortune!

But it was a very sad thing that our exhibition and the end of our two-year long retrospective should coincided with the end of Chantal’s life.

Though my encounter had not been a lengthy one, it was for me profound and important. Her work so was radical, experimental, and yet humane. And while it is always rigorous and serious, it is work intensely suffused with life, and deep compassion. For me as a film-maker and curator it was a beacon. The sudden loss of such a brilliant artist, just as I was getting to know her, shocked me deeply.

I would like, if I may, to read now short passages from my book “Lamentation. In the Stuart Croft Archive”. It is a book that attempts to understand the urge to create archives, to remember, which must nevertheless be balanced with the need to forget. It asks what remains when an artist dies, and it attempts to come to terms with loss generally. It is in great part my gesture of valediction to Chantal.

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[I ask] myself, if in order to undertake the work of mourning, indeed to come finally to accept the death of any loved one, to salve the acute pain of separation from a significant other, from those whose lives and opinions matter deeply, will it always be necessary to come to forget that other, to wait for erasure of vivid and acute memory, so that there might be a dimming of the clear mental pictures that are so much a part of a lived experience of the other? Must I pray for a time when I can no longer bring the other readily to mind, not hear that voice, not conjure its timbre and habits, be unable to recollect precisely the personality that was once so near and dear? And what, in the case of Akerman, of the body of work that persists, that can be experienced again at the click of a mouse, can be read about and discussed with others? Akerman herself appeared in many of her films, not as a scripted character, but as herself. Who and what is that person now?

The falling silent of Chantal Akerman was lamentable, for she was a beacon, an empowering presence for me and for many others. Her work had been so rich and very varied, her intelligence and vision celebrated by film-makers, artists, and in the academy.

[I think] of her film Histoires d’Amérique of 1989. It contains a scene which is for me an emblematic kernel of her project. Over a shot of the skyline of New York by night Akerman paraphrases an Hasidic story that has been told and retold by many, including by Martin Buber and Elie Wiesel. This is Akerman’s version:

A rabbi always passed through a village to get to the forest, and there, at the foot of a tree (and it was always the same one) he began to pray and God heard him. His son too always passed through the village but he could not remember where the tree was, and so he prayed at the foot of any old tree and God heard him. His grand- son did not know where the tree was, nor the forest, but went to pray in the village and God heard him. His great-grand-son did not know where the tree was, nor the forest, not even the village, but he still knew the words of the prayer, and so he prayed in his house and God heard him. His great-great-grand-son did not know where the tree, nor the forest, nor the village were, not even the words of the prayer, but he still knew the story and told it to his children; and God heard him.

It is a wonderful story, speaking cheerfully of the loss of language, of the erasure of comfort, meaning, and signification. It is, of course, a story that inevitably brings to mind the Shoah and the Jewish diaspora generally. This sense of inexorable loss of culture, history, and identity is delivered lightly, and with playful mischief. It is, however, a forlorn tale, however trippingly told. The story reveals how culture may be stripped back, and so all may be lost.

Turning to News from home, her film of 1977: for the soundtrack Akerman reads letters from her mother, letters replete with scraps of news from home. Akerman’s voice struggles to be heard amid the din of the city. As the camera widens its view, to encompass the context of this city life, her voice grows faint. Distance silences, for the city, comprehended as a whole, is a wordless place. Individual voices and individual significance are annihilated: the city is vast, refusing to be encompassed, a vortex of collective purpose and intention, pushing out of earshot communication between a daughter and a mother.

That film’s final shot, taken from the Staten Island Ferry, as it moves out onto the wide river, looking back towards Manhattan, presenting an ever-widening view, revealing the scale of the city, driving home an awareness of separation and insignificance. The cries of a lone gull [evoke] a feeling of pathos.

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To close, I am glad to be here today, gathered as we are to bring Chantal and her work to mind, to hold, for a while, recollections of her voice and work. We remember, we turn backwards, to take a retrospective look, in contact, inescapably, with absence.

For me the works stand as points of light, a constellation, at once familiar and strange; they are both present and absent. I am lost and I am found.

It is important for me, and I imagine also so for others in this gathering, to know that there is a body of work that has the capacity to make that which is absent manifest, that brings to awareness that which would otherwise be overlooked, that brings the past into inevitable contact with the present in the moment of our spectatorship, that can produce in us a palpable sense of responsibility, in which we may discover our moral selves.

I salute Chantal now, and applaud this prize.

Adam Roberts

This contribution was read by Adam Roberts for the award ceremony of the Premio Marco Melani in memory of Chantal Akerman, December 11, 2021.


Adam Roberts was born in Bogota, Colombia. Since the mid-90s he has made films and videos. His film Mickey Finn won the Grand Prix du Jury at Angers international Film Festival, when Chantal Akerman was on the jury. His collaborators have included film-maker Jack Hazan, choreographer Jonathan Burrows, composers Kevin Volans & Matteo Fargion, and the dancer Sylvie Guillem. His work has shown at BFI Southbank, Whitechapel Gallery and Hayward Gallery in London, La Cinématèque français in Paris, Haus der Kunst in Munich, Maxi Gallery in Rome, Musée Rath in Geneva, on BBC TV, Channel 4, France 2, and SBS Australia. With Joanna Hogg he founded A Nos Amours in 2013 to programme screenings, curate exhibitions, and stage conferences. Between 2013 and 2015 A Nos Amousr curated, with Akerman’s participation, an unequalled complete retrospective of the films of Chantal Akerman at London’s Institute of Contemporary Art. An exhibition of much of her installation works followed at Ambika P3 in London. A Nos Amours has published the Chantal Akerman Retrospective Handbook (London, 2019). With Paul Coleman he produced and filmed an unprecedented series of interviews with long-term survivors of HIV (the AIDS Since the 80s Project, now The HIV Story Trust), which since 2019 is housed in the London Metropolitan Archives, with support from the Wellcome Foundation. His book Lamentation. In the Stuart Croft Archive was published by Ma Bibliothèque in 2020. It is an essay about survival, retrospection, the archive and loss at a time of mass-extinction. His writings on Chantal Akerman include: Akerman the scavenger, in MIRAJ (Moving Image Review & Art Journal) 8.1 & 2, September 2019, pp. 156-165, edited by Michael Mazière & Lucy Reynolds, Intellect; Like a Musical Piece: Akerman and Musicality, in Chantal Akerman: Afterlives, ed. by Marion Schmid and Emma Wilson, Moving Image, 9 (Cambridge: Legenda, 2019); Akerman’s Tree, in Speaking to Le Passeur (The Ferryman) 1881, William Stott of Oldham, devised by Keira Greene, Tate London Learning 2017; An homage to Chantal Akerman, Adam Roberts & Joanna Hogg, Frieze Magazine, issue 176 Jan/Feb 2016; Chantal Akerman: extraordinary artist of the everyday who we will miss for ever, Adam Roberts & Joanna Hogg, Guardian 8 Oct 2015.

Chantal Akerman, London 2014, A Nos Amours retrospective live.

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