In mostra

Casa Masaccio Lab

Casa Masaccio Lab, a cura di Serena Trinchero, nasce come una piattaforma dialogica in cui artisti che hanno già collaborato con il Museo sono inviati a condividere immagini, sensazioni, opere e riflessioni in riferimento alla nuova e straniante condizione determinata dalla pandemia di COVID-19 e dalle misure forzate di isolamento sociale. Un laboratorio in continua crescita e mutazione che tiene fede alla mission del Museo impegnato a valorizzare le esperienze artistiche e diffondere la conoscenza e la sperimentazione dei nuovi linguaggi, per tenere traccia dell’oggi e proporre idee per i mesi che verranno.

I diversi partecipanti hanno potuto modulare il loro contributi secondo il sentire personale, attingendo dunque alla propria produzione passata, riletta sulla scia delle mutabili impressioni dei lunghi giorni in casa, oppure proponendo nuove opere scaturite da questa inusuale condizione.

Le parole e le immagini qui raccolte tendono ad evidenziare alcuni degli aspetti critici emersi dall’emergenza sanitaria, grazie al potere immaginifico dell’arte che contribuisce a eliminare la limitatezza del nostro sguardo fisico.

Ogni giovedì un nuovo artista e un nuovo punto di vista saranno aggiunti alla pagina per costruire una sorta di mostra/diario on line. I diversi contenuti, implementabili dai partecipanti lungo l’arco dell’emergenza, saranno anche rilanciati sulle piattaforme social di Casa Masaccio (Facebook, Twitter, Youtube).

Ringraziamo fin da ora chi ha accettato il nostro invito offrendo un contributo per la realizzazione della rubrica, così come chi vorrà farlo nelle prossime settimane.
Speriamo di rivederci presto in Casa Masaccio!

MM_relazioni a distanza_2020

Manuela Mancioppi

Manuela Mancioppi utilizza differenti media (performance, arte esperienziale e relazionale, public art, video art, fotografia e installazione) per mettere in atto un’indagine multisensoriale dello spazio e delle relazioni umane, spesso attraverso una forte componente partecipativa.
I suoi abiti relazionali, realizzati in tessuto stretch e cotone color carne, sono un dispositivo che consente un’inusuale e temporaneo rapporto con l’altro, spesso fragile e difficoltoso proprio in virtù della condivisione di uno spazio ristretto, della necessità di coordinamento dei movimenti e delle volontà.
“Relazioni a distanza” (2020), in versione immaginativa e quindi grafica, rielabora le sperimentazioni di questi anni alla luce delle immagini di questi giorni, e ricorda il ruolo delle relazioni interpersonali, della loro componente di gratuità e necessità, sia per chi passa le giornate nella confusione familiare o nella solitudine della casa.

Manuela Mancioppi, Relazioni a distanza, 2020

Luca Staccioli

Luca Staccioli (Imperia, 1988) nella sua pratica gioca continuamente su un doppio registro, alternando e compenetrando, uno sguardo sulle vicissitudini personali ed uno sulla realtà globale, per individuare le dinamiche di costruzione delle narrazioni geografiche, identitarie e storiche.

Insieme ad alcune righe sul tema della sospensione, Staccioli ha condiviso con noi il video Windowscape #1: un’esplorazione visuale della finestra del suo studio a Imperia. Le macchie sparse sulla superficie del vetro, in questa visione ravvicinata, conquistano nuovi significati, dettati da un nuovo sguardo frutto di una condizione rallentata e intima. La finestra, dispositivo che normalmente apre ad una visione dell’esterno è qui il supporto di un inatteso paesaggio, fatto di concrezioni di detriti, fango e polvere. Questa nuova geografia fisica, un arcipelago di piccoli frammenti, è analizzato secondo un nuovo piano interpretativo, dal forte potenziale immaginifico, che ne ridefinisce il valore oggettuale del visibile.

Queste le sue riflessioni:

Malattia e isolamento sociale, parole purtroppo invadenti in questo periodo, portano a riflessioni sulla violenza della prossimità, l’alienazione della distanza e l’idea di sospensione. Quindi ritrovo domande sul sé, e su vari significati di alterità.
La malattia è una sorta di alterità, esotica per quanto anche “endotica”. Da un punto di vista plurale e corale, è vissuta con impulsiva emozionalità, paura e straniamento, perché connessa alla messa in discussione dell’integrità del corpo, al dolore e alla morte, alle statistiche e i grandi numeri. Sembra che le sue implicazioni intime ed empatiche, siano messe in secondo piano perché non sono aspetti quantificabili e riguardano la complessità delle soggettività. La malattia appare quindi una menomazione o un guasto, se guardata dalla prospettiva, asettica e de-socializzante, della funzionalità dell’individuo in un sistema produttivo.
Nell’essere un guasto la malattia crea una sospensione. Per quanto il momento sia tragico, vi è almeno un aspetto positivo: la possibilità di un rallentamento dei ritmi di vita totalmente assoggettati ai meccanismi di performatività del capitalismo.
Emerge l’urgenza del valore dell’empatia e dell’immaginazione, che permettono di riappropriarci di una capacità di guardare il mondo, al di fuori dei modelli di rappresentazione imposti da macro-narrazioni storico-economiche e veicolati dalla iper velocità della comunicazione.
I meccanismi di performatività del capitalismo, che danno appunto vita a un sistema connotato da asetticità, funzionalizzazione e de-socializzazione, includono già l’isolamento sociale, una perdita della presenza (presenza del corpo, dello spazio, del futuro) e i surrogati di questa presenza mancante (ad esempio app e social media, la pervasività della comunicazione, l’apparente annullamento delle distanze geografiche e umane, ecc.). Paradossalmente le formule adottate dal sistema per “guarire” il sistema stesso, al di là di un giudizio contestuale, accentuano questa perdita e la nostalgia che del corpo, dello spazio e del futuro si ha.
Quindi sono l’empatia e l’immaginazione che diventano strumenti per guarire davvero, per vivere i segni che rimandano al mondo che ci circonda, il quale è sempre sottratto, per quanto appaia forse distante solo ora.

L’empatia e l’immaginazione sono una possibilità di riappropriazione, un tentativo di riprendere contatto. In questo senso “Windowscape” può essere un incipit per una riflessione sulla distanza e l’assenza, per percorrerle consapevolmente e renderle uno spazio di ricostruzione.

Windowscape #1, 2015
video, 5’13’’, loop

Irene Lupi

Irene Lupi (Livorno, 1983) attraverso la sua produzione artistica fatta soprattutto di installazioni, fotografie e video realizza cortocircuiti e serrati confronti tra elementi apparentemente distanti che permettono una nuova comprensione della realtà. È sicuramente l’organizzazione sociale, la costruzione della memoria e il rapporto tra presente e passato ad interessare il suo lavoro, che si confronta con la storia, le relazioni umane e la distanza tra le diverse generazioni. I suoi video vedono spesso la partecipazione di performer non professionali che consentono di mantenere sottile il confine tra realtà e finzione, favorendo l’immedesimazione dello spettatore nella scena presentata. Questo accade anche in RARI NANTES IN GURGITE VASTO, l’opera con cui Lupi partecipa alla nostra rubrica, in cui il padre dell’artista è chiamato a cimentarsi in un’azione utopica, al limitare del registro comico. Realizzato con filmati girati nel 2016 e nato con la finalità di evidenziare temi ambientali, il video oggi acquista nuovi significati come sottolinea anche l’artista:

L’acqua è un elemento primario regolato da leggi proprie, che può congiungere o dividere dalla terra ferma e che l’uomo ha sempre tentato (a fatica) di dominare.

Nel video ho costruito un parallelo tra uomo e macchina contro elementi naturali sulla base di una narrazione di stampo documentario dai risvolti quasi umoristici. L’illusione che reiterando il gesto meccanico si possa fermare l’erosione delle spiagge o che gettando acqua in mare si possa arginare l’ammarraggio è la stessa apparente chimera con la quale si trova a misurarsi oggi l’uomo moderno, in lotta contro il tempo per combattere un virus sconosciuto.
Gli anziani, i primi a soccombere sotto la falce del Covid-19, vivono questi giorni con la necessità, non priva di complicazioni, di rimodellare la loro vita e gli affetti, vista l’impossibilità di contatto con i familiari se non attraverso piattaforme multimediali tipo Facetime o Skype. Una condizione di difficoltà che paragono con il quadro che Virgilio presenta nella descrizione del naufragio arrecato alla flotta troiana di Enea dalla dea Giunone. In quella circostanza alcuni dei compagni dell’eroe della mitologia greca si ritrovano in mare, soli e dispersi tra le onde e il fasciame divelto di navi ormai affondate.
RARI NANTES IN GURGITE VASTO si dice di quanti, in seguito a un generale periodo di crisi, sono riusciti a mantenersi a galla e a superare le avversità, così come l’uomo, oggi in lotta per la sopravvivenza, che spera di superare la natura portatrice del virus con il quale lotta in solitudine.

Irene Lupi, RARI NANTES IN GURGITE VASTO, 2020
Video, 6’43”

Massimiliano Turco, Flusso, 2013_2015
Massimiliano Turco, Divenire III, 2017

Massimiliano Turco

Massimiliano Turco lavora con gesti reiterati e decisi, piccole scariche di energia che danno forma al tempo. Una modalità che preclude qualsiasi predeterminazione del risultato dell’azione, sia che le opere siano frutto del rapporto diretto con frammenti o lastre di marmo segnati dall’inchiostro (Flusso), o l’impronta della natura colta grazie a lunghi fogli di carta lucida dipinti a inchiostro mentre sono stesi sul sito di una cava abbandonata, sopra a rocce e radici e in balia del vento (Divenire).
In entrambi i casi, come piace evidenziare all’artista, avviene una “doppia cattura”, usando le parole di Gilles Deleuze, ovvero un incontro tra il segno e (di)segno della natura, colti in un momento del loro divenire. È lo stesso Turco a sottolineare alcuni temi che scaturiscono dalle sue opere e che ci lasciano riflettere sulla valenza del tempo e del suo distendersi:

“Pensare ad una relazione evidente tra un’opera d’arte e questo momento non credo sia per forza necessario, insomma, intendo in termini di narrazione o rappresentazione. Però sicuramente nella tradizione più prossima di alcune opere si possono trovare dei significati. Ad esempio, per quanto mi riguarda, quando faccio “Flusso”, con il marmo e i segni di inchiostro, quel ritmo lì, sostiene una struttura che non narra vicende, ma attraversa un tempo, e il tempo è la storia, voglio dire, non “una storia” ma “La Storia”, quella dell’essere umano che rimane centrale alla questione. Oppure, mi viene di pensare alle ultime forme che ha preso “Divenire” che non sembra avere una spinta verso l’esterno, infinitamente grande, o verso un interno, infinitamente piccolo e profondo, ma, semmai, è più un ripiegamento che segue il senso di un vortice e il contrario di esso, un’implosione senza origine che fa cambiare piano di azione, se ancora di piano possiamo parlare, e che, secondo me, dà vita alla possibilità di un altro punto di vista”.

Massimiliano Turco, Flusso, 2013-2015
marmo e inchiostro

Massimiliano Turco, Divenire III, 2017
carta lucida e inchiostro

Work in progress

Tatiana Villani

Tatiana Villani (1974, Alzano Lombardo) con la sua ricerca poliedrica racconta le modalità del rapporto tra uomo e ambiente socio-culturale, un contesto che negli ultimi anni è stato sottoposto ad una costante altalena di sollecitazioni, frizioni, rispecchiamenti e reciprocità tra la realtà offline e quella online.

Villani ha esplorato questo vasto campo di indagine con modalità partecipative, scegliendo di far parte di piccoli e grandi gruppi di lavoro, spesso multidisciplinari, e dunque lavorando sul concetto di comunità sia dall’interno, ovvero da agente di costruzione di legami e passaggio di saperi; che dall’esterno, garantendosi uno spazio critico.

Tra i suoi più recenti progetti “Logos”, nato nel 2012 dalla collaborazione con il collettivo Atypo, con l’hackerspace romano Unterwelt e con il vasto pubblico della Makers Faire, rivela i nessi tra tecnologia e conoscenza, ed evidenzia i passaggi da uno stadio di pensiero alla realizzazione tecnica. “Logos”, composto di un libro d’artista, una performance, un sito dedicato e un’installazione, analizza il logo dal punto di vista simbolico e mette al centro le questioni legate al copyright e ai brevetti, in contrapposizione al copyleft e l’opensource.
L’immagine scelta per ricordare la sua complessa articolazione rimanda a questa nuova e inevitabile connessione con la tecnologia per il mantenimento della socialità, ma al tempo stesso alle innumerevoli nuove frontiere raggiungibili grazie alla comunione delle idee.

Oggi che la nostra vita relazionale è strettamente definita dalle connessioni digitali abbiamo modo di guardare in modo nuovo al ruolo dei makers, alle comunità on line e alla possibilità di trasmissione di competenze garantite dal web.

Ricorda Villani: I makers sono tornati all’attenzione pubblica in questa crisi sanitaria, sia per la produzione di componenti per apparecchiature mediche che per lo sviluppo di sistemi opensource che possano aiutare a gestire l’emergenza e immaginare soluzioni per rendere il “dopo” sicuro e sostenibile.

In questo momento sono confusa, rimango in ascolto e cerco di rileggere il mondo sulla base di quello che ho amato a lungo e che dovrò rimodulare e forse stravolgere per lasciarlo sopravvivere. La condivisione per un po’ sarà a distanza, si partecipa in maniera smaterializzata.

Per vedere le immagini delle fasi progettuali ed espositive di “Logos”, come per un approfondimento rimandiamo al sito: http://www.tatianavillani.com/ita/logos

Tatiana Villani, Work in progress, 2013. Courtesy Manuel Perna
Parte del progetto Logos, di Tatiana Villani in collaborazione con Atypo e Unterwelt

Colori patologici, 2020, acquerello su carta, 10,7 x 10,9 cm

Giulio Saverio Rossi

Giulio Saverio Rossi (Massa, 1988) ha scelto la pittura come medium prediletto della sua pratica artistica, declinata secondo modalità di scomposizione dei classici paradigmi di rappresentazione, grazie a scavi nell’essenza tecnico-chimica del mezzo e trasposizioni da digitale ad analogico. Sono dunque l’immagine e il suo statuto a costituire il vasto campo di indagine della sua produzione, riconsiderati attraverso punti vista inesplorati e inaspettati che ribaltano le convinzioni e le regole del quotidiano.

Per Casa Masaccio Lab, Rossi ha realizzato una nuova opera, presentata qui in forma di studio, un acquerello su carta dal titolo “Colori Patologici” che prende in considerazione l’atto della visione in senso fisico, traslandolo in una dimensione metaforica plasmata sull’eccezionalità dell’oggi. Attraverso un gioco di contrapposizioni coloristiche e un titolo dal sapore romantico l’acquerello dà forma al dischiudersi di un nuovo sguardo.

È lo stesso Rossi ad introdurci alla lettura di “Colori Patologici”: “Nella mia ricerca l’idea di dispositivo è un elemento centrale. Generalmente inteso come dispositivo ottico questo non designa una funzione in sé ma piuttosto un insieme di norme che, tramite un oggetto fisico, generano una regolamentazione dello sguardo.
Chi accede al dispositivo, o meglio chi si dispone a farne uso, deve pertanto osservarne le regole ponendosi, proprio perciò, in una condizione liminale: la soglia.
In questi giorni di clausura forzata le porte e le finestre delle nostre case sono i simboli tangibili del rapporto fra interno ed esterno ma, ancora prima di questi, la soglia di cui facciamo esperienza quotidiana sono le nostre palpebre.

L’opera “Colori patologici” (riferimento alla definizione di J. W. Goethe in ‘Farbenlehre’, e usata in contrapposizione ai colori fisiologici) è un bozzetto ad acquerello per un quadro su cui stavo lavorando fino all’entrata in vigore delle ultime restrizioni. Si tratta di un acquerello che tenta di rappresentare quell’immagine, o meglio quella percezione, dell’impatto della luce sulla retina che precede il formarsi vero e proprio di un’immagine riconoscibile del mondo esterno”.

Giulio Saverio Rossi, Colori patologici, 2020
acquerello su carta, 10,7 x 10,9 cm

marina-arienzale

Marina Arienzale

Marina Arienzale (Firenze, 1984) esplora il rapporto tra singolo e società mettendo in primo piano il corpo. La formazione da fotografa e la propensione per espressioni della body art la aiutano ad agire secondo un doppio registro di soggettività e oggettività che porta le sue opere a connotarsi come potenti metafore delle leggi che definiscono le relazioni umane e la costruzione dell’identità personale.

Per Casa Masaccio Lab, Arienzale ha pensato ad un nuovo progetto che a partire dal vissuto personale si carica di valenze esistenziali, senza mancare di un irriverente racconto delle modalità di massificazione e riduzione di significati degli oggetti nell’economia di mercato e nel turismo di massa. La serie fotografica “TENERIFE” documenta i momenti dell’azione di riacquisizione di funzionalità di un boomerang, ridotto a mero souvernir da sovraccariche decorazioni decontestualizzanti. L’oggetto, un dono di un amico ritrovato, viene spogliato dalle superfetazioni in un’azione dalla durata di 180 minuti, raccolta in un video documentativo, e rivelato nell’essenza dalla sua traccia nella polvere del superfluo.

Arienzale racconta: “Nella vita tutto quello con cui veniamo in contatto si accumula, si depone nella nostra mente e diventa materia. La stessa cosa accade con il nostro corpo. In ‘TENERIFE’ il boomerang acquisisce valore simbolico di corpo. L’oggetto in questo momento rappresenta un souvenir, nel tempo ha subito una trasformazione e in questa mutazione soccombe la sua caratteristica principale: da strumento di caccia e gioco passa a svolgere una funzione puramente ornamentale. Il peso della materia accumulata ne impedisce il volo, lo porta a perdere la sua abilità, lo rende disfunzionale e allo stesso tempo apre infinite immagini legate al concetto di turismo di massa. Questo boomerang mi fu regalato da un amico lo scorso anno, per il mio trentacinquesimo compleanno. A causa di alcuni eventi ci eravamo allontanati. Probabilmente non ne capii a pieno il significato, cosa voleva dirmi quella persona attraverso quell’oggetto? Sicuramente non si riferiva all’isola, non siamo mai stati a Tenerife insieme. In ogni caso era un oggetto con una sua storia.
Questo gesto racchiudeva un’intenzione?

[Intenzione: “Orientamento della coscienza verso il compimento di un’azione, direzione della volontà verso un determinato fine; può indicare semplicemente il proposito e il desiderio di raggiungere il fine, senza una volontà chiaramente determinata e senza la corrispondente deliberazione di operare per conseguirlo”.]

Marina Arienzale, TENERIFE, 2020
4 immagini digitali
video, 15’16’’ (Azione: 180 min.)

Elisabetta Senesi

Elisabetta Senesi (Macerata, 1977) attraverso una ricerca che interseca sonoro e fotografico costruisce nuove relazioni per indagare lo spazio fisico, pubblico e privato, ed emotivo, lavorando sui concetti di periferico e liminale. Le sue opere sonore sono spesso frutto di accurate esplorazioni fissate tramite registrazioni che raccolgono scampoli di realtà e fugaci incontri, e che successivamente, anche a grande distanza di tempo, vengono ricomposte secondo nuove prospettive e con finalità narrative.

Questo accade in ‘STILL’ la nuova composizione eseguita sulla scia dell’invito a Casa Masaccio Lab, declinato secondo uno sguardo insistito sulla casa. Il titolo, che richiama ambivalentemente la reiterazione come continuum e la staticità (ancora, fermo), introduce da un punto di vista verbale al racconto di un viaggio intimo non certo pacificato. L’audio, al contempo perturbante, frammentato e spigoloso, nei suoi 8 minuti compie a pieno la rivoluzione della lotta interiore tra adeguamento e insofferenza alla clausura, che non è altro che la continua mediazione tra accettazione del sé e le regole della vita sociale. Il suono dei passi, che emerge come una medicina al caos, preannuncia un nuovo panorama e nuovi confronti.

Senesi descrive bene tutte le fasi del processo creativo:

“Il tema dell’abitare lo spazio privato mi ronzava in testa da tanto. Il confinamento tempestivo, straordinario, imprevedibile dettato dall’emergenza globale mi ha indotto a ripensare la percezione acustica del nucleo abitativo, ad immaginare di più rispetto ad esso. Quanta vita c’è in una casa, in un metro quadro? Che differenza c’è tra il terreno esterno e il pavimento di una stanza? Cosa succede quando si entra e si esce, o quando ci affacciamo alla finestra? Come abbiamo vissuto fino ad oggi le nostre case, come vivremo quelle del futuro? Non appena siamo stati incaricati di stare fermi, di non avere urgenze se non quella di dare valore all’essenzialità, alla collettività e al senso di responsabilità, alla consapevolezza di essere all’interno di un sistema estremamente complesso e sul quale non abbiamo il totale controllo, beh questo senso di congelamento, fisico e mentale, questa nuova prossemica in cui stiamo vivendo, questo ritmo meno stringente con cui ci confrontiamo, estraniante ma necessario, ha messo maggiormente in discussione tutti i quesiti che mi ero posta rispetto al vivere privato inspirando nuove idee a cui dare forma. Tra i tanti paradigmi che questa situazione inedita mette in crisi, vi è anche il ‘dentro’ che ognuno di noi si ritrova a vivere in molteplici dimensioni fisiche, geografiche, psicologiche e sociali. La casa diventa studio, ufficio, palestra, biblioteca, asilo, piazza, ristorante, bar, un coacervo di spazi ibridi e mutanti dove ritrovare un senso di libertà e controllo sulle nostre esistenze, che però allo stesso tempo in varie forme più o meno definite possono trasformarsi anche in nuovi ghetti, ansie recondite e violenze indicibili. Il territorio di prossimità diventa prezioso, ogni angolo cambia dimensione, si espande, ma i corpi restano gli stessi. Facendo i conti con ciò che si ha naturalmente, stiamo trovando delle soluzioni possibili o immaginabili, dei rifugi ideali all’interno del perimetro domestico diventato ormai un nuovo terreno di gioco dove scavare spazi e luoghi altri, siano essi reali o virtuali.

‘Still’ vuole essere un primo tentativo simbolico di fermare questa esperienza, estrema e reale, dell’abitare privato rispetto alla condizione di confinamento forzato indotto dall’emergenza globale in atto. Il pezzo narra di un luogo intermedio tra limite e lontano, di un limbo ancestrale in cui attendiamo un certo qualcosa che alleggerisca e sposti l’attenzione, ma che per il momento resta irrisolto e sale. In tale occasione di dialogo estetico e laboratorio aperto sull’oggi, mi interessava porre un ascolto domestico a ritroso, senza filtri, attraverso una composizione che coniuga riprese audio binaurali di case che ho abitato in geografie lontane, selezionate e ricucite tra loro, con alcune riprese recenti dove far confluire più parti di vissuto. Buon ascolto!”

*si consiglia un ascolto in cuffia

Elisabetta Senesi, Still (Homescape 2020). Schizzi sonori ai margini di casa, 8’ (draft)

Considerazioni a margine

Dopo nove complesse settimane volge al termine il progetto Casa Masaccio Lab che nel corso del suo farsi ha provato a declinare un vocabolario umano e sociale dei giorni della quarantena. Casa, malattia, sguardo, memoria, solitudine, relazioni, eterotopia, Storia, tecnologia,……sono solo alcune delle parole che sono risuonate grazie all’aiuto degli/delle artisti/e che hanno aderito al laboratorio prestando opere e immagini  d’archivio per una nuova rilettura del paesaggio circostante, oppure offrendo nuovi spunti ad un primo riscontro pubblico.

Come sempre l’arte si è dimostrata uno dei mezzi più efficaci per allontanarsi dal vuoto cronachistico che ha caratterizzato in particolare i primi giorni, per scuotere le menti dal torpore e leggere negli interstizi di un inaspettato silenzio le cause, ma anche le speranze del dopo. Essendo stato elaborato “a caldo”, il racconto si è modellato sull’esperienza: dapprima sulla difficoltà di adattarsi alla condizione di clausura, ben presto sostituita dalla necessità sempre più impellente di un nuovo contatto con il tempo e con la capacità di vedere; fino alla reazione e alle prime prove di una rielaborazione di quello che stava accadendo. In questo modo dunque questa pagina del sito di Casa Masaccio, che anche nella sua formulazione grafica ricalca quella di una bacheca di un vecchio blog e che dunque parte nel suo racconto dall’inizio, corrisponde ad un’istantanea di questi due mesi che lasciamo in mano a chi avrà voglia di capire cosa è stato. Un archivio di sensazioni che non ha mai voluto sostituirsi al fondamentale momento di scambio che sono le esposizioni, gli incontri pubblici, le conferenze, quanto piuttosto una modalità per continuare a lavorare insieme e confrontarci sui temi dell’arte.

Molte delle opere qui raccolte non sono state pensate per lo spazio digitale, sono infatti brani audio, sculture, acquerelli, fotografie che avrebbero bisogno di uno sguardo ravvicinato, di un corpo materiale e di un’esperienza in presenza per dispiegare il loro più complesso senso. Sono dunque immagini di opere, schizzi e appunti che rimandano a nuovi appuntamenti ed occasioni di incontro; germinazioni che rendono forte l’idea di quanto sia complessa un’opera d’arte.
Questo insieme non organico, appare come un vivido affresco della modernità, delle sue discrepanze e ineguaglianze, ma anche di quel continuo evolversi senza possibilità di controllo, emerso nelle parole degli/delle artisti/e critiche dei sistemi di alienazione e mercificazione dell’economia di mercato.
I contributi scritti dei diversi protagonisti hanno riportato note sulla condizione umana e sull’abitare, inteso sia come il dimorare in una casa – e qui è forte il rapporto con l’ambiente di Casa Masaccio – che lo stare al mondo: un’azione i cui confini sono segnati dagli incontri e dalle relazioni, che hanno a fare con il corpo che è in fondo il grande strumento con cui apprendiamo.

Le diverse voci sono soprattutto dialoghi aperti all’altro, capaci di avvicinare un linguaggio apparentemente ostico come quello dell’arte contemporanea all’esperienza di tutti i giorni.

Non posso far altro dunque che ringraziare nuovamente tutti gli/le artisti/e che hanno partecipato, Manuela Mancioppi, Luca Staccioli, Irene Lupi, Massimiliano Turco, Tatiana Villani, Giulio Saverio Rossi, Marina Arienzale, Elisabetta Senesi, che ci hanno aiutato a vedere con altri occhi.

Serena Trinchero

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